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Non è un paese per…
Stamattina mi sono svegliato ascoltando l’appello di un noto dj di un grande network nazionale che invitava tutti a non annullare la propria scheda elettorale domenica prossima e di esprimere comunque una preferenza. L’appello era argomentato in varie e valide maniere ma, per quanto in generale mi piaccia il dj in questione, mi permetto educatamente di dissentire… o meglio… di esprimere la mia opinione (ed in quanto tale, per definizione, opinabile) contraria… insomma una cazzata bestiale! Dopo anni in cui ho visto un centro destra che ne ha combinate di ogni, un centro sinistra che è incredibilmente (beh, dopotutto siamo in Italia, nulla è impossibile) riuscito a fare peggio, dopo aver visto leggi ad personam, dopo essermi chiesto dove cavolo sia finita la tanto sbandierata superiorità morale della sinistra, dopo essermi chiesto perchè il centro destra annoveri tra le proprie fila personaggi dalle dubbie amicizie, essendo ancora incazzato perchè nell’ultima legislatura abbiamo avuto un premier che conosce benissimo la verità sul caso Moro (ricordate la seduta spiritica del Professore?) pur non avendo mai reso il paese partecipe della cosa, dopo avere assistito ad indulti, ad un lassismo osceno di fronte all’immigrazione clandestina, dopo aver visto la malavita continuare silenziosamente a fare ciò che ha sempre fatto… dopo tanto, dopo troppo… Io mi sono rotto le palle! La mia scheda verrà scarabocchiata e di conseguenza annullata e sarà già tanto se non ci scriverò sopra VERGOGNA. Anzi no: mi piacerebbe farlo ma in questo modo il voto andrà a chi alla maggioranza. Meglio farsi vidimare la scheda ed esercitare il diritto di rifiuto alla scheda. La mia personale utopia è quella di un voto in cui i soliti 3 bambinoni si litigheranno il giochino facendo la conta dei voti validi con il pallottoliere. Un modo per dire al sistema intero quanto faccia schifo e quanto sarebbe ora che molti di questi personaggi si togliessero dai piedi. Mi suona in testa una strofa de “l’anno che verrà”, di Lucio Dalla: “senza grandi disturbi, qualcuno sparirà, saranno forse i troppo furbi e i cretini di ogni età”. Magari.
Ieri sera ho letto un bell’editoriale sull’ultimo numero di GQ, lo riporto integralmente. Articolo di Alessandro Rebecchi
Non è un paese per vecchi. Premio Oscar per la politica italiana. Il rinnovamento è nell’aria anche se le due più clamorose candidature riguardano due ottuagenari. Un medico (Veronesi, Lomardia, Partito Democratico), e un editore fascista (Ciarrapico, Lazio, Partito del Popolo delle Libertà). In generale l’età media è abbastanza alta che pare la difesa del Milan. Che non sia un paese per vecchi lo dicono anche alcune interminabili sedute al Senato, dove certi novantenni erano costretti a lavorare dieci-dodici ore di seguito (Vergogna! Nemmeno in Cina). Se la legge elettorale che anche i grandi editorialisti dei giornali chiamano Porcellum (questo si che fa fico all’estero!) produrrà ancora un pareggio, avremo forse ancora una volta un paese aggrappato al voto di pochi senatori centenari. Non è un paese per vecchi ma gli somiglia parecchio.
Non è un paese per giovani. Direi di no. No, non si può dire. All’età in cui Clinton era presidente per la seconda volta, se abiti qui sei un giovane emergente.Tony Blair è andato in pensione all’età in cui qui di solito sei appena appena eleggibile in Senato. L’attuale tornata elettorale avrebbe dovuto svecchiare un po’ l’ambiente, ma la “corsa al trentenne”, che sembrava clamorosa nei primi roboanti annunci politici si è un po’ attenuata. I trentenni, a parte certi casi eclatanti, sono lentamente scivolati in basso nelle liste, vengono candidati ma non verranno eletti. In più una tremenda frattura generazionale si annuncia. La politica italiana, gestita da settantenni, si è rinnovata coi cinquantenni, che all’improvviso hanno preso ad innamorarsi dei trentenni. Con grande scorno dei quarantenni, che non se li è cagati nessuno quando avevano trent’anni, e adesso che ne hanno quaranta sono andati, decotti, démodé. Una prece.
Non è un paese per donne. Questo proprio no. Il partito Democratico ha candidato nelle sue liste un quaranta percento di donne, percentuale assai alta, molto più alta delle donne che verranno elette. Per una strana legge della fisica, come accade anche ai giovani, le donne tendono a depositarsi sul fondo delle liste, a parte alcune eccezioni. Nel partito del popolo le donne candidate sono circa il 17%, pochine. In compenso un sacco di uomini si inalberano per offendere le donne degli altri. Veline e soubrette, si è detto delle donne candidate con Silvio. Sciampiste, ha detto Gasparri alle candidate con Walter. Insomma che siano tante o poche, buone o cattive, belle o brutte, si beccano degli insulti in quanto donne e questo conferma che… No, non è un paese per donne.
Non è un paese per poveri. Deflagrate sulla campagna elettorale come piccole bombe carta da stadio, le cifre dell’Ocse sui salari europei hanno fatto parlare qualche giorno, e poi più. Resta il fatto che il potere di acquisto di un italiano vale meno di quello di un greco, è strabiliante. Avete presente la vecchia barzelletta? Ci sono un tedesco, un francese e un italiano… chi guadagna di meno? L’italiano! Fa ridere eh? Il problema è che bisogna raccontarla in un altro modo: ci sono un francese, un tedesco, un inglese, un olandese, un belga, uno svizzero, uno spagnolo, un austriaco, un danese, uno svedese ed un italiano… Chi guadagna di meno? L’italiano! Divertente no? Ma se con tutti gli altri ci sono anche un portoghese e un greco, dico io, chi ride più? No, non è mica un paese per poveri!






